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L’integrazione: inutilità o strumento sottovalutato?

  • Immagine del redattore: Davide D'Angelo
    Davide D'Angelo
  • 1 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 2 dic 2025

Perché dire che l’integrazione “non serve” è un errore di prospettiva


Quando si afferma che l’integrazione sia inutile, si ignora un principio fondamentale: l’ideale teorico di una “dieta perfettamente equilibrata” esiste solo nei manuali. È molto distante dalla realtà quotidiana della maggior parte delle persone, fatta di impegni serrati, pasti consumati in fretta, stress cronico, sonno irregolare, ritmi frenetici, condizioni cliniche specifiche e scelte alimentari influenzate da disponibilità, costo, tempo e abitudini. È proprio questa distanza tra teoria e realtà che, negli ultimi decenni, ha portato a un aumento significativo di carenze nutrizionali documentate nella pratica clinica. Non si tratta di opinioni, ma di dati riproducibili e misurabili. La vitamina D, per esempio, risulta carente o insufficiente anche in popolazioni che vivono in aree molto soleggiate (figuriamoci in chi passa 8 ore nell'ufficio), come gli africani, perché una maggiore quantità di melanina nella pelle riduce l’efficacia dei raggi solari nella sintesi cutanea della vitamina stessa. Un dato che conferma come l’esposizione solare teorica non coincida con la reale quantità di radiazione effettivamente assorbita dall’organismo. La vitamina B12 e i folati incidono sul metabolismo energetico e sulla salute neurologica, e spesso risultano bassi in chi ha stili alimentari irregolari o condizioni intestinali disfunzionali. Il ferro, essenziale soprattutto nelle donne in età fertile, è frequentemente al di sotto dei valori ottimali. Il magnesio e gli omega-3 sono a loro volta carenti in un’ampia percentuale della popolazione, anche in persone che seguono una dieta apparentemente variata; ed è del tutto logico se pensiamo che nessuna dieta “normale” può essere strutturalmente ricca di ortaggi e frutta coltivati in terreni del tutto preservati e ricchi di nutrienti, oppure di pesci piccoli, crudi, pescati freschi, provenienti da acque non inquinate e consumati con continuità in un clima sufficientemente fresco da preservare la qualità nutrizionale. È irrealistico, infatti, sia per motivi biologici, ma anche economici e ambientali (parliamo di sostenibilità della dieta). Perciò, negare l’utilità dell’integrazione significa ignorare l’evidenza e dimenticare che una carenza non è un parere, bensì un dato oggettivo comprensibile attraverso analisi o test scientifici E quando una carenza esiste, l’integrazione non diventa un vezzo, ma un intervento funzionale che colma un divario reale, esattamente come avviene con qualsiasi altro supporto terapeutico.


L’illusione della scorciatoia: quando gli integratori diventano un sostituto del cibo


C’è però un errore opposto, che incontro frequentemente: usare gli integratori come sostituti del cibo, come soluzione rapida per compensare pasti saltati, giornate disordinate o diete improvvisate. È la convinzione che basti una compressa per “mettere a posto” ciò che a tavola continua a non funzionare. Un’illusione pericolosa, perché nessun integratore può supplire alla complessità biochimica degli alimenti reali, fatti di fibre, proteine, fitocomposti, polifenoli e di quella rete di nutrienti che lavora in sinergia per sostenere la fisiologia umana. Pensare che un integratore possa sostituire tutto questo equivale a ridurre la nutrizione a un insieme di regole da rispettare o da violare, anziché vederla come un contesto dinamico in cui le abitudini creano, o interrompono, equilibrio. La verità è quindi semplice: nessun integratore può correggere comportamenti che continuano a generare squilibrio.


La via di mezzo è integrare con logica, non con estremismi


Esiste quindi una via di mezzo, che è anche l’unica strada sensata: un approccio razionale e personalizzato, e che applico nella mia pratica clinica, in cui l’integrazione non viene demonizzata ma nemmeno trasformata in una scorciatoia. L’integratore diventa così uno strumento, non un pilastro, inserito all’interno di un percorso in cui la nutrizione rimane la base e la valutazione clinica orienta ogni scelta. Questo modo di integrare richiede conoscenza della biochimica individuale, interpretazione delle analisi, comprensione delle abitudini, osservazione dello stile di vita e definizione degli obiettivi. Prescrivere integrazione diventa quindi un atto di precisione e non di moda.


Nella sua forma più corretta, l’integrazione non promette miracoli e non “risolve tutto”, ma può migliorare molto, può colmare una carenza, ottimizzare l’energia, modulare l’infiammazione, sostenere il microbiota, aiutare nei momenti di stress o nelle fasi della vita in cui i fabbisogni aumentano. Ma, allo stesso tempo, non può eliminare gli svantaggi di una dieta disordinata, così come non può sostituire il riposo, non può compensare uno stile di vita che spinge il corpo oltre il suo margine fisiologico.


Per questo, quando sento dire che “gli integratori non servono”, riconosco una semplificazione che non tiene conto della complessità reale dell’organismo umano. E quando vedo pazienti, amici o familiari acquistare integratori a caso, convinti che “tanto male non fanno”, riconosco lo stesso errore speculare. In entrambi i casi, manca un principio fondamentale: l’integrazione funziona, ma funziona nel modo corretto (dosaggio, modi di assunzione), al momento giusto e per quanto serve (tempi di assunzione) e soprattutto nella persona giusta (ogni paziente è diverso e potrebbe non tollerare un certo integratore). A mio avviso, quindi, non si tratta neanche di un mito da sfatare, né di un dogma da seguire, ma di utilizzare uno strumento scientifico che richiede competenza, contesto e consapevolezza.


Il punto, alla fine, non è decidere se “gli integratori servono sempre” o “non servono mai”. Il punto è ricordare che la salute non nasce dagli estremi, ma dall’equilibrio. E che l’integrazione, quando è ragionata, personalizzata e inserita in un percorso nutrizionale completo, può diventare un alleato potente, concreto e sostenibile, e quindi non una bacchetta magica, un placebo, ma un supporto reale. Ed è qui che si trova la verità, lontano dalle semplificazioni e vicino alla pratica clinica quotidiana: la domanda non è se prendere un integratore, ma perché assumerlo, come e per quanto, quando farlo e soprattutto per chi è adatto. È questa consapevolezza che, più di ogni molecola, fa davvero la differenza.

 
 
 

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